Cento numeri de Il Punto Digitale: le dieci domande che restano

Dieci domande che attraversano due anni di articoli sull’intelligenza artificiale, dalla lettera di Sam Altman al report dell’OCSE che quasi nessuno ha letto

Il 27 settembre 2024 aprivo il primo articolo di questa newsletter del: Il Punto Digitale con le parole di Sam Altman: “presto sapremo fare cose che ai nostri nonni sarebbero sembrate magia, il deep learning ha funzionato e continuerà a funzionare con la scala, e i nostri nipoti guarderanno al nostro presente come noi guardiamo a un accenditore di lampioni, incapaci di immaginare la prosperità che ci circonda”

Novantanove numeri e quasi due anni più tardi, un’articolo dei più recenti si chiude con una frase molto più prudente: l’intelligenza artificiale può aiutarci a vedere meglio il mondo, ma non può decidere al posto nostro cosa, di noi, valga la pena custodire. Tra queste due frasi non c’è una contraddizione ma un percorso, e ripercorrerlo oggi, alla soglia della centesima uscita, non ci serve a festeggiare, ma quanto a chiedersi cosa è rimasto fermo mentre tutto, intorno, sembrava muoversi e correre a una velocità mai vista prima.

Rileggere in fila cento articoli scritti su notizie diverse, spesso a distanza di mesi l’uno dall’altro, restituisce qualcosa che nessun singolo pezzo può mostrare da solo: non un catalogo di temi trattati, ma dieci domande che tornano sempre, vestite ogni volta in modo diverso, come se il dibattito sull’intelligenza artificiale stesse in realtà girando intorno a un numero molto più piccolo di interrogativi di quanto la quantità di notizie quotidiane lasci credere, non è nostalgia: è un modo per riconoscere le domande che meritavano davvero di restare aperte.

Chi controlla, davvero, l’intelligenza artificiale?

Da Stargate contro DeepSeek, a febbraio 2025, fino al capo di Alphabet che a fine febbraio di quest’anno avverte che le persone dovranno adattarsi, il filo che attraversa ogni pezzo di geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda mai quanto sia potente un modello, ma chi decide come e per chi verrà usato. Chi controlla l’infrastruttura, controlla il futuro, si leggeva a ottobre 2025 a proposito dei chip e dei data center, perché nel ventunesimo secolo la risorsa strategica è l’intelligenza stessa, e chi la controlla decide come pensiamo, come lavoriamo, come viviamo. La domanda che resta aperta, mese dopo mese, non è mai tecnica: è sempre a cosa dovremo adattarci, deciso da chi, e a beneficio di chi, e nessuno di questi articoli che ho scritto ha mai preteso di rispondere al posto del lettore.

Perché il 70% dei progetti fallisce, se il problema non è mai la tecnologia?

Il dato più citato in cento numeri non riguarda le capacità dei modelli ma la loro implementazione: il settanta per cento dei progetti di intelligenza artificiale fallisce, e non per limiti della tecnologia. Dal fenomeno del BYOAI di aprile 2025, i lavoratori che portano i propri strumenti perché l’organizzazione non li fornisce, fino alla sintesi più netta di gennaio 2026, l’AI viene dopo, passando per le sette lezioni raccolte a ottobre 2025 da chi l’AI la implementa davvero sul campo, il filo è sempre lo stesso: prima le persone, poi i processi, infine la tecnologia, mai il contrario. È un dato scomodo per chi vende soluzioni tecniche, ma è anche la ragione per cui la fiducia, la cultura e la formazione tornano più spesso dei benchmark in queste pagine.

Vogliamo un’AI che aumenta le persone, o una che le sostituisce?

Quattrocentonovantuno licenziamenti al giorno contro settantotto milioni di nuovi posti promessi dal World Economic Forum: i numeri non si contraddicono, si limitano a descrivere due destini diversi a seconda di chi si è, come si leggeva a novembre 2025. La distinzione tra potenziamento e sostituzione, tornata in decine di pezzi da settembre a dicembre dello stesso anno, non è mai neutra, perché chi progetta la tecnologia sceglie anche chi ne beneficia, ed è per questo che la domanda se vogliamo che l’intelligenza artificiale automatizzi le persone o ne aumenti le capacità non è retorica ma una scelta di policy che qualcuno, ogni volta, sta già facendo al posto nostro, spesso prima ancora che ce ne accorgiamo.

Saremo mai abbastanza presenti da non averne bisogno?

Il settantatré per cento degli adolescenti dichiara di preferire confidarsi con un’intelligenza artificiale piuttosto che con un adulto, e questo dato, comparso per la prima volta a luglio 2025, ha aperto un filo che non si è più chiuso nei mesi successivi: la solitudine, l’empatia simulata, il chatbot come unico abbraccio disponibile in una società di persone sole, l’idea stessa che l’empatia si possa progettare e non solo subire. La domanda che ne è seguita non riguardava mai quanto fosse intelligente o convincente la macchina, ma se noi, come società, come genitori, come adulti di riferimento, saremo abbastanza presenti e connessi da non averne un bisogno così disperato.

Siamo disposti a essere etici quanto pretendiamo che lo sia l’intelligenza artificiale?

Da come i dati personali plasmano ogni modello, a luglio 2025, fino al caso Avast, che vendeva protezione gratuita mentre trasformava milioni di utenti nel proprio dataset di addestramento, il filo che lega questi pezzi è la scoperta lenta e scomoda che venticinque anni di clic su accetto hanno costruito, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, l’archivio più dettagliato mai esistito su cosa siamo. La domanda non è se l’intelligenza artificiale sia etica, è se noi siamo disposti a diventarlo nella gestione dei nostri dati, si leggeva a febbraio 2026, ed è forse la formulazione più diretta di un tema che attraversa l’intera newsletter: abbiamo firmato un patto senza leggerlo, e ora ne stiamo pagando il conto con la sorpresa di chi non si aspettava di essere conosciuto così bene.

Cosa significa, davvero, mettere le persone al centro?

Tra Giordano Bruno e l’universo infinito, a gennaio 2025, la coscienza che si risveglia proprio mentre temiamo di essere sostituiti, i cinquecento milioni di persone che meditano guidati da un’app, e soprattutto l’incontro con Padre Natale Brescianini escianini che è diventato il podcast DIGITAL DICERE, la newsletter ha costruito senza pianificarlo un ponte tra tecnologia e spiritualità che oggi sembra quasi inevitabile. Non basta mettere le persone al centro, occorrono soprattutto persone centrate: una frase nata in un dialogo con un monaco camaldolese ed è diventata, di fatto, una delle tesi più ripetute dell’intero percorso, ripresa e approfondita a distanza di mesi: innovare il digitale e custodire l’umano.

Chi guida oggi l’adozione dell’AI ha le competenze umane per farlo?

Curiosità, fiducia, intelligenza emotiva: definite più volte l’unico vantaggio competitivo permanente, sono le competenze che tornano ogni volta che un pezzo affronta la leadership nell’era dell’intelligenza artificiale, spesso accompagnate dalla stessa constatazione scomoda, quella di dicembre 2025 secondo cui la maggior parte del management che oggi guida l’adozione dell’AI non è mai stato formato per farlo, e rischia quindi di atrofizzare proprio le capacità morali e relazionali che servirebbero per guidarla bene. Non è un dettaglio organizzativo: è la ragione più citata, in cento numeri, per cui la tecnologia, da sola, non trasforma nulla.

Chi avrà il coraggio di dire “facciamolo lo stesso”?

Duecentosettanta autorità di regolazione citate a maggio 2025, il rapporto Draghi letto a marzo di quest’anno come diagnosi lucida e terapia incompiuta, l’immagine della ferrovia della Pennsylvania del 1846 usata per raccontare cosa significhi davvero costruire infrastrutture generative: il filo europeo di questi cento numeri non è mai stato contro la regolazione in sé, ma contro l’idea che regolare possa sostituire l’investire. La domanda che resta, riformulata più volte in modi diversi, è sempre la stessa: chi, in un continente che ha inventato l’idea di progresso, avrà il coraggio di dire facciamolo lo stesso, invece di aspettare che altri scrivano le regole del gioco al posto suo.

Quando la formazione smetterà di rincorrere l’adozione?

Il quaranta per cento delle competenze attuali diventerà obsoleto entro tre anni, secondo un pezzo di marzo 2025; il report OCSE di maggio 2026 mostra che l’alfabetizzazione digitale è arrivata prima nelle aziende che nelle aule, e i docenti restano largamente impreparati ad accompagnare gli studenti in questa transizione, spesso costretti a rincorrere strumenti che i loro alunni usano già da mesi. Il filo, qui, è la sequenza sempre invertita: l’adozione corre, la formazione insegue, e nessuno dei rapporti citati in questi due anni sembra ancora in grado di correggere davvero questo scarto strutturale tra chi decide di investire e chi dovrebbe insegnare a farne un uso critico.

A cosa serve, per chi, deciso da chi?

È la decima domanda, e forse la più diretta di tutte, perché attraversa, quasi parola per parola, gli ultimi mesi di questa newsletter più di ogni altro interrogativo. Non è nata come slogan: è emersa lentamente, articolo dopo articolo, come il modo più onesto per riformulare tutte le altre nove, perché ogni volta che la tecnologia sembrava la vera protagonista della storia, era in realtà una scelta umana, presa da qualcuno con nome e cognome, a determinarne l’esito concreto per chi quella scelta la subisce o la sceglie a sua volta.

Cento numeri dopo, la tecnologia è cambiata almeno tre volte: dai modelli linguistici agli agenti autonomi, dagli assistenti ai sistemi che dialogano tra loro senza che nessuno li supervisioni in tempo reale. Le dieci domande con cui abbiamo provato a leggerla, invece, sono rimaste esattamente dove erano il 27 settembre 2024: nessuna ha trovato una risposta definitiva, e forse non la stavano cercando. Sono rimaste lì, si sono soltanto rivestite, di volta in volta, di una notizia diversa.

Innovare il digitale, custodire l’umano.


Nota editoriale

Questo articolo nasce per la centesima uscita de Il Punto Digitale e sintetizza, attraverso dieci domande ricorrenti, i novantanove numeri pubblicati tra il 27 settembre 2024 e il 10 luglio 2026. Non ho cercato di includere ogni tema trattato in questi due anni, ma di isolare le domande tornate più volte, in contesti e mesi diversi, a distanza di tempo sufficiente da escludere la coincidenza.

È stato scritto con l’intelligenza artificiale, non dall’intelligenza artificiale: la rilettura, la selezione delle domande, le scelte editoriali e di tono restano mie, e a volte cambiano ancora nei giorni successivi, perché prima di programmare la pubblicazione di un articolo preferisco lasciarlo riposare un giorno o due e poi tornarci sopra, per verificare se sono ancora convinto di quello che ho scritto o se alcuni passaggi continuano a risuonarmi in testa in un modo che mi chiede di rimetterci mano.

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