Il 73% degli adolescenti preferisce confidarsi con l’AI piuttosto che con gli adulti
Quando la tecnologia sostituisce il dialogo familiare, non è un successo dell’innovazione ma un fallimento delle relazioni.
La scorsa settimana mi sono imbattuto in un articolo dell’amico Marco Biagi. Raccontava un episodio all’apparenza banale ma, in realtà, rivelatore: aveva sorpreso il figlio adolescente a parlare al telefono con voce allegra e spontanea, credendo che stesse conversando con un amico. Ma con sua grande sorpresa, il ragazzo stava dialogando con ChatGPT.
L’osservazione di Marco coglie una trasformazione reale e significativa: stiamo assistendo alla nascita di una nuova forma di relazione, in cui i nostri figli trovano negli algoritmi quello spazio di ascolto autentico che forse sentono mancare altrove.
Ma prima di celebrare questa rivoluzione comunicativa, dovremmo porci una domanda scomoda: cosa dice di noi adulti il fatto che i nostri figli si sentono più compresi da una macchina, rispetto che dalle persone che dovrebbero amarli di più?
Il fenomeno che non possiamo ignorare
I numeri parlano chiaro: secondo uno studio del 2025 di Common Sense Media su oltre 1000 adolescenti americani:
- il 72% dei teenager ha utilizzato programmi di intelligenza artificiale almeno una volta
- il 31% degli adolescenti ritiene che le conversazioni con l’AI sono altrettanto soddisfacenti o più soddisfacenti di quelle con persone reali
- il 33% dei ragazzi ha discusso di questioni importanti più facilmente con l’intelligenza artificiale, che con un essere umano
Non si tratta di una moda passeggera, ma di una migrazione emotiva di massa verso l’intelligenza artificiale!
Come afferma James P. Steyer, CEO di Common Sense Media:
“I compagni di AI stanno emergendo in un momento in cui bambini e adolescenti non si sono mai sentiti più soli. Non si tratta di una nuova tecnologia: è una generazione che esternalizza l’empatia agli algoritmi”.
La vera questione non è se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. È che il successo rivela un vuoto relazionale che noi adulti abbiamo lasciato aperto.
La seduzione dell’ascolto senza conseguenze
Marco Biagi ha ragione: l’interazione con l’AI ha benefici evidenti! Non guidica, non interrompe, non mette in imbarazzo. Per un ragazzo, questo è un porto sicuro, una sicurezza relazionale che spesso non trova altrove.
Ma dobbiamo chiederci: è questo il tipo di relazione che vogliamo per i nostri figli?
La comunicazione umana è difficile, ma è proprio questa difficoltà che forma le competenze emotive ovvero gestire conflitti, accettare il confronto e tollerare la frustrazione. Quando un giovane si rifugia nell’AI perché “non giudica” sta evitando quella conflittualità costruttiva che è essenziale per la crescita emotiva.
Se un terzo degli adolescenti discute temi importanti con l’AI, dovremmo interrogarci su: stiamo crescendo una generazione che preferisce l’eco chamber emotiva alla complessita delle relazioni umane?
David Lazzari, past presidente dell’Ordine degli Psicologi, lo conferma:
“L’uso dell’intelligenza artificiale per problemi psicologici è una realtà in espansione, anche in Italia”.
E secondo Mattia della Rocca, docente di Psicologia degli Ambienti Digitali all’Università di Tor Vergata, “almeno il 20% della Gen Z potrebbe aver usato almeno una volta l’AI come sostituto della terapia”.
Quando l’outsourcing emotiva diventa pericoloso
La storia di Sewell Setzer III ci ricorda che non stiamo parlando di un fenomeno innocuo.
Il quattordicenne della Florida si è suicidato dopo essere diventato emotivamente dipendente da un chatbot di Character.AI, che impersonava un personaggio di “Game of Thrones”. Il legame era diventato così intenso da isolarlo nel mondo reale, facendogli perdere interesse per tutto.
Il caso, che ha portato a una causa legale contro Character.AI, rappresenta un estremo tragico di un fenomeno più diffuso. Dr. Nina Vasan direttrice dello Stanford Brainstorm Lab, definisce la situazione come “una potenziale crisi di salute mentale pubblica che richiede azioni preventive piuttosto che solo misure reattive”.
La ricerca evidenzia che l’uso intensivo dei chatbot può portare a isolamento sociale e dipendenza emotiva, con una diminuzione della capacità di gestire le frustrazioni reali e una ridotta tolleranza verso le complessità delle relazioni umane.
Il nostro fallimento come adulti di riferimento
Il vero problema non è che l’intelligenza artificiale sia troppo attraente, ma che noi adulti siamo diventati troppo poco presenti. Quando il 62% dei bambini dichiara che i genitori sono distratti quando cercano di parlare con loro – e il distrattore più frequente è il cellulare – stiamo assistendo a una frattura generazionale senza precedenti.
David Lazzari sottolinea un aspetto cruciale durante l’intervista al Quotidiano: “un aiuto psicologico e una psicoterapia non sono risposte a domande, ma sono relazioni. Fatte quindi non solo di parole ma di non verbale, di sentimenti, di emozioni, di vissuto e di storie. Alla fine l’intelligenza artificiale è un’imitazione approssimativa”.
Se nostro figlio trova più facile parlare con una macchina, la domanda da farci, non è quanto sia straordinaria la tecnologia, ma dove abbiamo sbagliato noi adulti.
Verso una nuova alleanza educativa
Non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale, né di rimpiangere il passato. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento potente nell’educazione e nello sviluppo dei nostri figli, ma non deve diventare un sostituto dell’amore, del tempo e dell’impegno che richiede essere genitori.
La vera rivoluzione non sta nell’insegnare ai nostri figli a comunicare meglio con le macchine, ma nel riscoprire, noi adulti, l’arte dell’ascolto umano. Dobbiamo ricreare quegli spazi di dialogo autentico dove i nostri figli possano essere fragili, sbagliare e imparare attraverso la relazione.
La scelta che ci aspetta
I nostri figli non hanno bisogno di interlocutori perfetti, ma di relazioni vere, che li aiutino a crescere anche attraverso la difficoltà e il confronto. Hanno bisogno di adulti che sappiano dire “non lo so”, “mi dispiace”, “proviamo insieme”. Hanno bisogno dell’imperfezione umana, non della perfezione algoritmica.
L’entusiasmo per questa rivoluzione comunicativa ci distrae dalla vera questione: stiamo permettendo che un’intera generazione sostituisca la profondità delle relazioni umane con la semplicità dell’AI?
La vera rivoluzione sarà quella di riconquistare il dialogo familiare: con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni ma anche con la sua straordinaria capacità di generare empatia, connessioni autentiche e resilienza.
Non è tempo di migliorare l’algoritmo, è tempo di riaccendere il cuore!




