AI
Le Big Tech prenotano il nucleare: la corsa all'energia dell'AI
16 OTTOBRE 2026 · FAUSTO TURCO
Aramco incassa 67 miliardi in sei mesi, i giganti dell’AI ne spendono centinaia
Discutiamo di quale modello sia il migliore e di quanto siano etici gli algoritmi, ma l’allineamento dell’intelligenza artificiale ai nostri interessi si decide anche dove non guardiamo: in chi ne controlla le fondamenta ed è lì che quegli stessi giganti stanno mettendo radici
Quale modello è il migliore
È diventata una delle conversazioni più frequenti, in ufficio come a cena: quale assistente di intelligenza artificiale funziona meglio, quale scrive in modo più naturale, quale ha appena rilasciato la versione più veloce. Accanto a questa curiosità quotidiana è cresciuto un dibattito pubblico serio e necessario. Denuncia come l’intelligenza artificiale si stia concentrando nelle mani di pochissime aziende, sempre più capaci di influenzare governi e scelte geopolitiche, e misura le disuguaglianze che questa concentrazione rischia di ampliare. Sono preoccupazioni fondate, e la richiesta di un’intelligenza artificiale etica è giusta.
Eppure, a guardare bene, entrambe le conversazioni, quella quotidiana sui modelli e quella pubblica sull’etica, si concentrano sullo stesso strato, quello che vediamo: il modello, le sue risposte, i suoi errori, i suoi pregiudizi. Ed è proprio questo, a mio avviso, il limite che vale la pena interrogare.
Allineati a chi?
Chi studia l’intelligenza artificiale chiama “allineamento” la sfida di far sì che questi sistemi perseguano obiettivi coerenti con i valori e le intenzioni umane. Stuart Russell, in Human Compatible, ha mostrato con chiarezza perché sia una questione decisiva: una macchina che persegue con grande efficienza un obiettivo sbagliato è più pericolosa di una che sbaglia per incapacità. Gran parte del lavoro e del dibattito si concentra quindi sul comportamento dei modelli: che non mentano, che non discriminino, che non causino danni, che rispettino le regole. È un lavoro indispensabile, ma lascia in ombra una domanda che su questa rubrica torna spesso: allineati ai valori di chi? Un modello può essere perfettamente educato, accurato e rispettoso, e servire comunque gli interessi di chi lo possiede più di quelli di chi lo usa.
Le priorità di un sistema non si decidono soltanto nelle sue risposte, ma anche in chi ne controlla i costi, le infrastrutture e le condizioni di accesso.
C’è poi un paradosso che rende la questione ancora più delicata. Ogni ondata di allarme sull’intelligenza artificiale (la bolla che potrebbe scoppiare, la crisi che potrebbe innescare, i rischi che potrebbe generare) finisce per rafforzare chi siede al centro del sistema, perché più alta appare la posta in gioco, più indispensabile sembra chi dichiara di saperla governare.
Chi sviluppa e vende l’intelligenza artificiale controlla anche buona parte della narrazione sul suo impatto. Ha quindi tutto l’interesse a tenere il nostro sguardo sui modelli, dove la competizione è visibile e il confronto sembra aperto, piuttosto che sulle fondamenta, dove la partita si sta già chiudendo.
La corsa che non vediamo
Le fondamenta dell’intelligenza artificiale sono fatte di calcolo e, sempre di più, di energia. Nel solo secondo trimestre del 2026 Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta hanno investito insieme circa 170 miliardi di dollari in infrastrutture, e per l’intero anno le loro previsioni superano i 700 miliardi. Nello stesso anno ogni grande azienda dell’intelligenza artificiale ha firmato almeno un accordo nucleare, per una capacità complessiva vicina ai 10 gigawatt, e Microsoft si è assicurata per vent’anni tutta l’energia del reattore di Three Mile Island. Tutto questo mentre la crisi di Hormuz ci ricordava quanto l’economia mondiale dipenda ancora da pochi detentori di energia. Con il barile intorno ai 100 dollari, a settembre l’inflazione italiana è risalita al 4,2%, erodendo in silenzio il valore dei nostri risparmi, mentre Aramco chiudeva il primo semestre con oltre 67 miliardi di dollari di utile. I giganti dell’AI stanno entrando nel club ristretto di chi controlla l’energia. E chi è abbastanza grande da firmare contratti ventennali compra stabilità, lasciando la volatilità a famiglie, professionisti e piccole imprese.
Un allineamento più largo
Ed è qui che il tema dell’allineamento si allarga oltre i confini del modello. Le fondamenta fisiche dell’intelligenza artificiale, cioè energia, data center e capacità di calcolo, si stanno concentrando nelle mani degli stessi pochi soggetti che sviluppano i modelli. Chiedere che gli algoritmi siano etici diventa allora necessario ma non sufficiente: bisogna chiedersi anche chi avrà accesso a quelle fondamenta, a quali condizioni, e con quali priorità quando le risorse diventeranno scarse. Henry Farrell e Abraham Newman, in Underground Empire, hanno mostrato come infrastrutture apparentemente neutre diventino strumenti di potere nelle mani di chi ne controlla i nodi. L’intelligenza artificiale sta costruendo i propri nodi sotto i nostri occhi, e lo sta facendo mentre noi confrontiamo le classifiche dei chatbot.
Non tutto, in questo movimento, va letto in chiave negativa. C’è chi sostiene, con argomenti seri, che gli investimenti delle grandi piattaforme stiano rendendo di nuovo finanziabile il nucleare e accelerando la costruzione di nuova capacità energetica di cui beneficeranno tutti.
Il Fondo Monetario Internazionale ha perfino osservato che la spinta degli investimenti nell’AI ha attenuato l’impatto dello shock petrolifero sulla crescita mondiale. Altri fanno notare che molti dei reattori promessi non esistono ancora e che, quando esisteranno, la loro energia sarà già prenotata. Entrambe le letture contengono una parte di verità, e proprio per questo la decisione non può restare soltanto nelle mani di chi firma i contratti.
Dove abbiamo ancora voce
Con l’AI Act l’Europa ha costruito il quadro più avanzato al mondo per governare il comportamento dei modelli, e chiede perfino ai fornitori dei grandi modelli di documentarne i consumi energetici. Restano però fuori da quel perimetro le regole su chi ha priorità sull’energia, su come vengono autorizzati i data center e su chi ne sostiene i costi, affidate a decisioni tecniche che raramente entrano nel dibattito pubblico. Sono invece decisioni politiche, che possiamo seguire, discutere e influenzare come cittadini, professionisti e imprese, con la stessa attenzione che abbiamo imparato a dedicare all’etica degli algoritmi.
La domanda che accompagna da sempre questa rubrica, a cosa serve, per chi, deciso da chi, vale per un modello linguistico quanto per un data center e per il chilowattora che lo alimenta.
Forse non siamo ciechi, ma distratti. Guardiamo con grande attenzione ciò che si muove sullo schermo, la gara fra i modelli, e perdiamo di vista la corsa all’energia che si svolge alle sue spalle. Resta da capire se riusciremo a chiedere un’intelligenza artificiale allineata ai nostri interessi prima che le sue fondamenta siano già state assegnate.
Parlare di speculazione è legittimo, a patto di non cercare scorciatoie. Le crisi energetiche hanno cause molto concrete, oggi come nel 2022, e la finanza tende ad amplificare le oscillazioni più che a crearle. Chi ne trae profitto lo fa, nella grande maggioranza dei casi, nel pieno rispetto delle regole. Il punto, a mio avviso, non è trovare dei colpevoli, ma riconoscere che le regole stesse premiano chi controlla un collo di bottiglia (un giacimento, un gasdotto, uno stretto marittimo) proprio nei momenti in cui il resto del mondo è più fragile.
Un’unica partita, più letture
Sarebbe sbagliato leggere questo passaggio solo in chiave negativa. C’è chi sostiene, con argomenti seri, che la domanda delle Big Tech stia rendendo di nuovo finanziabile il nucleare, dopo decenni in cui nessuno voleva sostenerne i costi, e che questa nuova capacità finirà per abbassare i prezzi per tutti. Il Fondo Monetario Internazionale ha perfino osservato, la scorsa estate, che gli investimenti legati all’intelligenza artificiale hanno attenuato l’impatto dello shock petrolifero sulla crescita mondiale. C’è chi osserva invece che gran parte dei nuovi reattori promessi non esiste ancora, che i tempi del nucleare sono storicamente lunghi e i costi imprevedibili, e che l’influenza di queste aziende sulle scelte di politica energetica crescerà di pari passo con i loro contratti. Entrambe le letture contengono una parte di verità.
Quello che mi sembra difficile negare è che il controllo del calcolo e il controllo dell’energia stiano convergendo in un’unica partita, giocata da pochi soggetti che pianificano su decenni mentre noi ragioniamo per bollette trimestrali e per la prossima versione di un chatbot. La domanda che accompagna da sempre questa rubrica, a cosa serve, per chi, deciso da chi, abbiamo imparato a rivolgerla agli algoritmi. Vale la pena rivolgerla con la stessa ostinazione a un barile di petrolio, a un metro cubo di gas e a un chilowattora.
Dove abbiamo ancora margine
Riconoscere uno schema invece di cercare un colpevole ha un vantaggio concreto: mostra dove si può intervenire. In Italia e in Europa il prezzo dell’elettricità si forma con il meccanismo del prezzo marginale, che fa spesso del gas il riferimento anche per l’energia prodotta da fonti molto meno costose. Non è una legge di natura ma una scelta regolatoria. Non a caso l’Unione europea ha avviato una riforma del mercato elettrico, e il dibattito sul disaccoppiamento fra prezzo del gas e prezzo della luce resta aperto. Sono decisioni politiche anche le regole con cui i grandi consumatori accedono alla rete, i criteri con cui vengono autorizzati i data center, e la possibilità che strumenti di stabilità simili a quelli delle Big Tech diventino accessibili a comunità energetiche e consorzi di piccole imprese. Meritano almeno l’attenzione che dedichiamo ai regolamenti sull’intelligenza artificiale.
C’è poi un livello più vicino a ciascuno di noi. Capire quanto i nostri risparmi siano esposti all’inflazione, quanto la nostra attività dipenda dal prezzo dell’energia e quali clausole si nascondano nei contratti di fornitura, compresi quelli dei servizi digitali che quel costo finiranno per incorporare, significa riprendersi un po’ di controllo su oscillazioni che oggi subiamo senza vederle.
Forse non siamo ciechi, ma distratti a cicli. Guardiamo con grande attenzione ciò che è nuovo e ci appassiona, come la gara fra i modelli, e perdiamo di vista la corsa all’energia che si svolge alle sue spalle, così come il prezzo di un barile o il saldo fermo di un conto corrente. Resta da capire se impareremo a tenere insieme i due sguardi prima che chi controlla le centrali e chi controlla i modelli diventino, semplicemente, gli stessi.
Scritto da
Fausto Turco
Tech humanizer, formatore e speaker su AI e digital transformation.