L’aula silenziosa
Università Bicocca. Fine della mia lezione su “AI e futuro del lavoro”, le mani si alzano e gli studenti:
- “Sto sprecando tempo e denaro?”
- “Troverò lavoro?”
- “Come scelgo una facoltà quando non sappiamo nemmeno quali lavori esisteranno?”
Domande diretta, senza giri di parole. Domande piene di ansia, che aspettano una risposta. Non era uno studente solo, era un coro. Una generazione che parla con una voce sola, fatta di incertezza e paura.
Nei giorni successivi, quelle domande mi hanno perseguitato. Non per quello che chiedevano, ma per quello che non stavano chiedendo ad alta voce.
E ho capito che dare una risposta onesta a una domanda che nessuno ha il coraggio di formulare è difficile.
E che molti, pur di sembrare certi, mentono.
La tentazione della risposta facile
Avrei potuto rispondere come fanno in tanti: “non abbiate paura. Guidate il cambiamento. Questa è un’opportunità, non una crisi.” Oppure: “sviluppate le soft skills. Quelle sono insostituibili.” O ancora: “l’AI è uno strumento. Voi siete i creativi, i pensatori, gli strateghi.“
Bene. Ma il problema è che avrei solo buttato la palla al centro del campo e sarei uscito dallo stadio.
Perchè quelle risposte – per quanto vere, per quanto motivazionali – non rispondono alla vera domanda.
La vera domanda che quegli studenti si stanno facendo – e che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce – non è “avrò un lavoro?”. La vera domanda è “sarò ancora necessario?”.
E questa domanda merita una risposta vera. Non uno slogan motivazionale.
La domanda che spacca tutto
“Sarò ancora necessario?”
Questa non è una domanda economica. È una domanda esistenziale. Non riguarda il mercato del lavoro. Riguarda il significato.
Perché se l’AI può scrivere meglio di me, analizzare dati più velocemente di me, programmare con meno errori di me, rispondere ai clienti 24/7 senza stancarsi, fare ricerca in secondi invece che giorni… allora cosa rimane a me? Cosa definisce il mio valore come essere umano in un mondo dove l’intelligenza, quella cosa che credevamo ci rendesse speciali, è diventata riproducibile, scalabile, e sempre più economica?
E se la risposta è “le soft skills”, “la creatività”, “l’empatia”… bene. Ma poi guardo i programmi universitari e vedo esami che misurano la memorizzazione, progetti che premiano l’esecuzione tecnica, valutazioni che ignorano completamente il pensiero critico, l’etica, la capacità di dare senso. Allora sì, quegli studenti hanno ragione ad avere paura.
L’ammissione
Ecco la verità: non ho la risposta.
E chiunque ti dica di averla, probabilmente ti sta vendendo qualcosa – un corso, una certificazione, una visione del futuro confezionara per farti sentire al sicuro.
Ma io non sono un guro. Non sono un filosofo con tutte le risposte. Sono uno che lavora in questo campo, che studia AI da un punto di vista tecnologico, etico e umano, si, ma anche è stato messo davanti a una domanda per cui non esiste un manuale.
Quello che ho, però, non è una risposta. È una convinzione.
E la convinzione è questa: la nostra generazione – quella già nel mondo del lavoro – ha una responsabilità.
La responsabilità generazionale
Noi e le nostre generazioni che siamo già dentro il sistema del lavoro, non possiamo più permetterci di correre solo per generare profitti alle organizzazioni. Dobbiamo fermarci. Guardarci indietro. E chiederci: “che mondo del lavoro stiamo consegnando a chi viene dopo?”
Perché non basta dire agli studenti: “adattatevi. Siate flessibili. Imparate a convivere con l’AI.” Questo è scaricare su di loro il peso di un fallimento sistemico.
Il fallimento è nostro: abbiamo costruito organizzazioni che misurano il valore solo in output, abbiamo ridotto il lavoro a performance metrics, abbiamo insegnato che il successo è efficienza, produttività, crescita infinita. E ora ci stupiamo che una generazione si senta sostituibile.
Se un essere umano può essere misurato solo per quello che produce, allora sì, è sostituibile. Perché una macchina produrrà sempre di più. Ma se ridefinissimo il lavoro non come output, ma come senso? Se insegnassimo che il valore di un essere umano nel mondo del lavoro non è “cosa sa fare”, ma “cosa sa dare significato a quello che fa”?
Se formassimo persone che non entrano in azienda con un titolo di laurea che certifica competenze tecniche, ma con la capacità di fare domande che nessuna AI può formulare, decidere perché fare qualcosa e non solo come farlo, dare etica, direzione e visione a strumenti potentissimi ma ciechi, creare valore umano e non solo economico… allora forse – forse – quella domanda “sarò ancora necessario?” avrebbe una risposta diversa.
Riscrivere i programmi
E qui arriviamo al punto, alla riflessione e constatazione a cui sono arrivato: I programmi scolastici vanno riscritti. Tutti. Non è utopia. È necessità.
Perché continuare a formare studenti per un mondo del lavoro che non esiste più non è “prudenza accademica”. È abbandono. Non parlo di aggiungere un corso di “AI per tutti” o “Prompt Engineering 101”. Parlo di ripensare radicalmente cosa significa educare in un’era dove l’accesso all’informazione e alla capacità computazionale è democratizzato.
Parlo di insegnare a fare domande più intelligenti e non a dare risposte più veloci, a lavorare con l’AI e non a competere contro, a decidere se usare uno strumento e non solo come usarlo, a costruire significato e non solo output, a essere insostituibili non perché “bravi”, ma perché umani.
E parlo di farlo ora. Non tra 5 anni quando “avremo studiato meglio l’impatto”. Non quando “le istituzioni saranno pronte”. Ora. Perché quella generazione che mi ha fatto quelle domande alla Bicocca sta già vivendo questo mondo. E noi li stiamo formando per uno che non c’è più.
La chiamata
Quindi eccola, la mia unica risposta. Non ho un piano in 10 punti. Non ho un framework pronto. Non ho la certezza di cosa insegnare domani.
Ma so cosa dobbiamo smettere di fare: smettere di vendere certezze che non abbiamo, smettere di misurare valore umano in competenze tecniche, smettere di scaricare su una generazione la colpa di un sistema che non funziona più.
E so cosa dobbiamo iniziare a fare: ridefinire il lavoro come ricerca di senso e non solo di profitto, riscrivere i programmi per formare esseri umani insostituibili e non lavoratori sostituibili, prenderci la responsabilità di costruire un mondo del lavoro dove la domanda “sarò ancora necessario?” abbia una risposta che non sia “dipende da quanto produci”.
Agli studenti
Non vi prometto che troverete lavoro. Non vi prometto che l’università vi preparerà abbastanza. Non vi prometto che il futuro sarà semplice.
Ma vi prometto questo: siamo con voi in questa ridefinizione. Non come guru che hanno tutte le risposte, ma come una generazione che ha il dovere di non lasciarvi soli di pronte a una domanda che nessuno dovrebbe affrontare da sole.
“Sarò ancora necessario?” La risposta non è tecnica. È umana. E sì, sarete sempre necessari. Ma solo se insieme ridefiniamo cosa significa esserlo!




