L’ultimo studio di Anthropic non racconta cosa chiediamo all’intelligenza artificiale, ma quando lo chiediamo. Cinque punti per capire quanto di noi è già diventato prevedibile, e cosa possiamo ancora tenere per noi.
C’è un’ora della notte, intorno alle tre, in cui qualcuno, da qualche parte nel mondo, smette di rigirarsi nel letto e chiede a un’intelligenza artificiale come addormentarsi. Alle sei di sera, quando le cucine si accendono, le richieste di ricette diventano più che doppie rispetto alla media. Il quattordici aprile, vigilia della scadenza fiscale americana, le domande sul fisco si moltiplicano per otto, e il giorno dopo svaniscono. Sono frammenti dell’ultimo rapporto dell’Anthropic Economic Index, intitolato Cadences, che non misura ciò che l’intelligenza artificiale sa fare, ma il ritmo con cui entriamo ed usciamo dalle nostre giornate.
Per la prima volta i registri di un sistema di intelligenza artificiale non raccontano la macchina, raccontano noi.
Abbiamo passato quattro anni a chiederci quanto fossero intelligenti questi sistemi, e quasi senza accorgercene siamo diventati noi l’oggetto osservato, rileggendolo ho voluto fissare cinque punti, perché è proprio nel passaggio dai dati alla riflessione che si rischia di perdere il filo, mentre qui il filo conduce in una sola direzione, quella della sovranità che abbiamo, o non abbiamo più, sul nostro tempo, punti di osservazione che, raccontano come siamo passati dall’usare l’intelligenza artificiale all’essere, in qualche misura, raccontati da essa.
1. La giornata che crediamo di improvvisare è già scritta
Ci piace pensare di vivere alla giornata, di improvvisare, di essere ciascuno un piccolo margine di imprevedibilità nel mondo, ma il rapporto racconta una storia più ordinata: la quota di conversazioni personali sale da circa un terzo nei giorni feriali a quasi la metà nel fine settimana, le richieste di lavoro seguono l’arco delle ore d’ufficio, i consigli per dormire si addensano prima dell’alba e le ricette toccano il loro massimo intorno all’ora di cena. Osservati uno per uno questi gesti sembrano scelte libere, ma visti dall’alto dei dati disegnano una giornata tipo così nitida da sembrare scritta in anticipo.
È la stessa intuizione che Luciano Floridi affida da anni al concetto di infosfera, l’ambiente in cui ogni gesto, anche il più intimo, lascia una traccia informazionale, al punto che la distinzione tra l’essere connessi e il non esserlo ha smesso di contare. Non significa che qualcuno ci stia spiando di nascosto, significa qualcosa di più sottile e più definitivo: il nostro tempo, la materia più personale che abbiamo, è diventato leggibile, e ciò che diventa leggibile può anche essere conservato, confrontato e previsto.
Quello che colpisce non è il singolo orario, ma la regolarità con cui questi orari si ripetono ovunque, oltre i confini e le lingue, come se sotto le nostre differenze ci fosse una grammatica comune del tempo. La novità del rapporto sta proprio in questo, perché non ci osserva uno per uno, ci legge come specie, e in quella lettura collettiva ciascuno di noi è al tempo stesso unico e perfettamente prevedibile.
2. L’algoritmo ricorda meglio di noi
C’è una novità che distingue questo specchio da ogni altro che l’umanità abbia conosciuto, ed è la memoria. Il rapporto campiona le conversazioni ora per ora, con una risoluzione che fino a ieri non avevamo, e quei dati, a differenza dei nostri ricordi, non sbiadiscono. Noi fatichiamo a rammentare cosa abbiamo cercato un mese fa, mentre il sistema sa, meglio di noi, a che ora ci viene fame il martedì e quale pensiero ci tiene svegli la domenica notte. È un’asimmetria nuova, perché una persona che ci osserva dimentica, confonde, a volte perdona, mentre un sistema che registra i nostri ritmi conserva tutto, ordinato e interrogabile.
Vale la pena non drammatizzarla, perché è la stessa memoria che permette a uno strumento di esserci utile davvero, di non ripartire da zero a ogni richiesta e di capire al volo cosa intendiamo; eppure è proprio qui che si apre la domanda che conta, perché quella memoria diventa una posta in gioco nel momento in cui a deciderne il fine, la durata e l’uso non siamo quasi mai noi, ma chi quei sistemi li progetta e li mette a frutto.
3. L’unicità messa alla prova
È a questo punto che la domanda si fa più profonda, ed è la stessa che attraversa l’opera di Kazuo Ishiguro. Nel romanzo Klara e il Sole lo scrittore premio Nobel si chiede se ci sia davvero qualcosa di irriducibile in ciascun individuo, qualcosa che per secoli abbiamo chiamato anima, oppure se quell’unicità possa essere ricostruita, e dunque replicata, una volta raccolti abbastanza dati su una persona. Il rapporto ne offre una versione empirica e quasi prosaica: presi uno per uno restiamo imprevedibili, ma osservati in milioni la nostra unicità si diventa regolarità molto stabile, e ciò che credevamo segreto, l’ora in cui cerchiamo conforto o la sera in cui rinunciamo a cucinare, diventa una curva su un grafico. C’è perfino un dettaglio che colpisce nella sua semplicità: le attese sul futuro sono sorprendentemente uniformi, e un programmatore e un muratore prevedono per il proprio mestiere quasi lo stesso salto in avanti, come se la stessa onda stesse passando sopra le teste di tutti.
Non è un destino già compiuto, ed è bene ricordarlo, perché una regolarità statistica descrive la folla e non la persona, e tra la media e il singolo resta sempre uno scarto, lo spazio sottile in cui ognuno può ancora sorprendere. Ma la direzione è ormai segnata, e fingere di non vederla sarebbe il modo più sicuro per finire col subirla, invece di governarla.
4. Siamo il terreno, i dati sono il raccolto
In un altro suo romanzo, Non lasciarmi, Ishiguro aveva immaginato esseri umani coltivati come un campo, perché da loro si potesse ricavare qualcosa di prezioso. Vale la pena prenderla come metafora, non come profezia: siamo noi il terreno coltivato, e il raccolto sono i dati che produciamo semplicemente vivendo. Shoshana Zuboff, nella sua analisi del capitalismo della sorveglianza, ha mostrato con grande documentazione che il valore di quel raccolto non sta soltanto nel prevedere cosa faremo, ma nella possibilità di intervenire con delicatezza per orientare i nostri comportamenti.
La cura con cui un sistema impara i nostri ritmi non è mai del tutto disinteressata, perché conoscere quando siamo stanchi, ansiosi o soli significa anche sapere quando siamo più influenzabili, e a quel punto la semplice osservazione smette di essere neutrale e comincia a poter agire su di noi, scegliendo il momento giusto per una proposta, una notifica, una piccola spinta. Il valore di un campo dipende dalla cura con cui lo si coltiva, e qui la cura ha sempre uno scopo, perché non serve solo a capirci, serve anche a muoverci.
5. La sovranità non si possiede, si esercita
Conviene resistere alla tentazione del catastrofismo, perché sarebbe la reazione più comoda e la meno utile, e dire piuttosto le cose come stanno: che i nostri ritmi siano leggibili non significa che la nostra libertà sia finita. La sovranità individuale non è un possesso che una tecnologia può sottrarci di nascosto, è una pratica, qualcosa che si esercita o si trascura ogni giorno, nel modo in cui scegliamo cosa affidare a questi strumenti e cosa tenere per noi, quando spegnerli e quando lasciarli accesi, quali parti della nostra vita rendere leggibili e quali custodire. È la direzione che indicano pensatori come Shannon Vallor, quando invita a coltivare le virtù che ci permettono di abitare gli strumenti senza esserne abitati, e come Paolo Benanti, quando parla di algoretica per ricordare che ogni algoritmo incorpora scelte di valore, e che quelle scelte possono sempre tornare oggetto di discussione.
Restano allora tre domande, le stesse che converrebbe porsi davanti a qualunque tecnologia che entra nelle nostre vite.
- A cosa serve misurare i nostri ritmi con questa precisione, se non a comprendere un fenomeno economico e sociale che ci riguarda tutti, ma anche, inevitabilmente, a trasformare quei ritmi in una risorsa.
- Per chi rappresenta un valore questo sapere, dato che il rapporto stesso ammette di descrivere soprattutto chi l’intelligenza artificiale la usa già molto, una minoranza che corre avanti mentre la maggioranza ancora osserva.
- E deciso da chi, visto che a stabilire cosa misurare, cosa conservare e cosa rendere pubblico è chi quei sistemi li costruisce, non chi li abita.
Forse la sovranità individuale, quella che molti danno ormai per persa, non si difende rifiutando lo specchio, ma imparando a guardarci dentro con gli occhi aperti, consapevoli che dall’altra parte qualcuno ci sta già osservando. Pensiamo di vivere alla giornata, e in un certo senso è vero, ma quella giornata è anche già scritta, in forma di probabilità, dentro sistemi che la ricordano meglio di noi.
La domanda che vale la pena tenere aperta non è se riusciremo a restare imprevedibili, perché forse non ci riusciremo, ma se sapremo ancora riconoscere e vivere il nostro un tempo che un’altra intelligenza conosce ormai a memoria.





