Si può progettare l’empatia? Tre esercizi per scoprirlo

Quando la velocità diventa il nuovo standard emotivo

L’empatia non è una mancanza di compassione, è una mancanza di prospettiva.

Quando non riusciamo a comprendere un’altra persona, il problema non è che non proviamo abbastanza emozioni, è che non vediamo il mondo dal suo punto di vista. E questo è un problema risolvibile perché la prospettiva non è un dono innato: è un’architettura cognitiva che possiamo costruire.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, dove la velocità delle macchine sta erodendo la nostra pazienza con gli esseri umani, questa capacità di progettare l’empatia non è più un optional. È la competenza che farà la differenza tra chi resterà umano e chi diventerà una macchina impaziente.

L’erosione silenziosa

Il “divario di empatia” non è un concetto astratto, ma un fenomeno documentato, il World Economic Forum ha evidenziato come la rivoluzione digitale stia esponendo questa profonda lacuna nel mondo aziendale: mentre ci concentriamo sull’imparare a usare i nuovi strumenti, stiamo trascurando la nostra capacità di connetterci emotivamente.

La tecnologia, che dovrebbe avvicinarci, rischia di creare apatia e ansia. L’AI può simulare empatia, ma non può provarla, questa illusione è pericolosa: ci abituiamo a un’interazione priva di attriti, che si adatta a noi senza sforzo, di conseguenza, come si chiede Lily Abadal, Ph.D. diventiamo “allergici” alle persone reali, che per natura sono complesse, sfumate e non sempre accondiscendenti. Parallelamente, stiamo assistendo a un’erosione silenziosa del nostro pensiero critico.

Il Centre for International Governance Innovation (CIGI) parla di “agency decay” (deterioramento dell’autonomia): più deleghiamo compiti cognitivi all’IA, più i nostri “muscoli mentali” si indeboliscono, passiamo dalla sperimentazione, all’euforia di sentirci competenti, alla dipendenza, affidando all’IA non solo i compiti, ma anche le decisioni.

Microsoft Research avverte sul rischio di “outsourced thinking” (pensiero in outsourcing), dove il nostro ruolo si riduce a validare ciò che una macchina ha già prodotto, con una conseguente perdita di originalità e sforzo critico. Uno studio della Duke University lo conferma: l’uso di LLM, pur riducendo il carico cognitivo, ha dimostrato di abbassare le capacità di ragionamento e argomentazione.

La nuova leadership è la resistenza emotiva

Se le macchine gestiscono l’analisi e l’ottimizzazione, quale diventa il valore aggiunto dell’essere umano? La risposta non è nella tecnica, ma nell’emotività. La prossima, vera sfida della leadership non sarà tecnologica, ma di resistenza emotiva: la capacità di rimanere riflessivi, pazienti e presenti in un mondo che premia la velocità.

L’intelligenza emotiva (IE) non è più una “soft skill”, ma una competenza strategica fondamentale, le ricerche sono chiare: circa l’80% del successo di una trasformazione digitale è guidato dall’IE, e solo il 20% dall’intelletto tecnico.

In un mondo guidato dall’IA, l’IE permette ai leader di costruire fiducia, navigare il cambiamento e dare un senso umano ai dati. Aziende come Google si sono accorte della deriva, e stanno già investendo in programmi specifici per formare leader emotivamente intelligenti, riconoscendo che abilità come intuizione, comunicazione ed empatia sono diventate centrali.

Sfruttare il potenziale dell’AI, come scrive Fortune, non richiede di muoversi più velocemente, ma di pensare più in profondità. Significa scegliere attivamente di “rallentare per notare”, per guidare con chiarezza in mezzo al rumore, perché le storie che contano non sono quelle raccontate più in fretta, ma quelle che ci fermiamo ad ascoltare.

Dalla comprensione alla costruzione

L’empatia non nasce dalla compassione, ma dalla capacità di assumere una prospettiva diversa dalla nostra. E la prospettiva, a differenza di un sentimento, si può costruire.

Le parole non cambiano la storia dell’uomo, cambiarano il nostro modo di percepire. Quando il linguaggio passa dalla descrizione al contrasto, attiva la consapevolezza. Questo è il meccanismo dietro l’ampatia: non è il contagio emotivo ma una formulazione cognitiva.

Cosa significa? Che non capiamo davvero qualcuno quando ci limitiamo a osservare “quella persona è arrabbiata”. Lo capiamo quando ci chiediamo: “se fossi al tuo posto, cosa vedrei? Cosa proverei?”. Quel confronto tra il mio mondo e il suo è ciò che crea empatia. Non è automatico, è un atto mentale!

Rispondiamo alla differenza, non alla ripetizione, agiamo quando un messaggio collega il nostro mondo a quello di qualcun altro, sentiamo quando il linguaggio trasforma la distanza in vicinanza.

Perchè l’empatia non parte dall’emozione. Inizia dall’architettura!

Come progettare l’empatia: i 3 esercizi concreti

Come possiamo, allora, diventare architetti della nostra empatia? Attraverso pratiche che ci aiutano a portarci verso nuove prospettive. Sono tre azioni che non sono semplici “buone abitudini” ma veri e propri esercizi di progettazione empatica.

1. Usare l’AI per espandere il pensierio e non per sostituirlo.

Questo è un esercizio di contrasto. Mettendo sempre l’output dell’IA accanto al nostro pensiero, creiamo una differenza che ci costringe a chiarire la nostra prospettiva unica, invece di appiattirci su una risposta standard, come scrive Michael Jones, chi usa l’IA per sostituire il proprio pensiero sarà sostituito; chi la usa per migliorarlo, prospererà.

2. Fare ogni giorno una domanda a una persona che avremmo potuto fare a un modello AI.

Questo è un esercizio di connessione, scegliamo deliberatamente di costruire un ponte tra il nostro mondo e quello di un altro, accedendo a un contesto, a un’emozione e a una sfumatura che cogliamo durante le nostre relazioni durante il giorno, e che nessun dato ci può fornire. Numerosi studi sulla solitudine nell’era digitale dimostrano che la connessione umana non può essere sostituita da interazioni online o con chatbot.

3. Riflettere: ho ottimizzato per la chiarezza o per la connessione?

Questo è un esercizio di architettura, ci costringe a scegliere attivamente quale “edificio” vogliamo costruire: uno efficiente e freddo (chiarezza) o uno accogliente e significativo (connessione).

Facciamo un esempio: quando scriviamo un’email a un collega, possiamo limitarci ai fatti essenziali (chiarezza) oppure possiamo includere un riferimento a una conversazione precedente, riconoscere una difficoltà che sta affrontando, esprimere apprezzamento per il suo lavoro (connessione). Entrambe le email raggiungono l’obiettivo, ma solo una costruisce una relazione.

L’IA è uno strumento di chiarezza, ma la connessione è un dominio umano. Solo un essere umano può collegare i punti in un modo che abbia senso non solo a livello logico, ma anche emotivo.

Restare emotivamente svegli

Il futuro non apparirà a chi si limiterà, a chi lavorerà più efficiente e più veloce con l’AI. Apparterrà a chi, intenzionalmente, progetterà la propria umanità per rimanere emotivamente sveglio mentre lo fa.

L’empatia si può proteggere. E questa non è una visione, è una responsabilità.

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