Quando l’AI cambia tutto, cosa scegliamo di non cambiare?
Volevo tornare da questo viaggio nella Silicon Valley raccontando i modelli, le sigle, numeri, e invece mi accorgo che la cosa più preziosa che mi riporto da queste settimane non è una tecnologia ma un esercizio, quello di imparare di nuovo a guardare, proprio nel luogo dove tutti credono di sapere già tutto e dove il cambiamento più profondo accade in silenzio, mentre noi continuiamo a discutere “fotografie e stereotipi” ormai vecchie. La tesi che sostengo da tempo — l’intelligenza artificiale cambia le mansioni e i modelli di business, non i ruoli — camminando per queste strade si è rafforzata, ma direi di più, si è approfondita, perché là dove le macchine assorbono compito dopo compito con automazioni agentiche sempre più spinte, resta intatta, e anzi diventa più pesante, l’unica responsabilità che nessun algoritmo può prendersi al posto nostro: scegliere quali compiti affidargli e quali no, fissare l’obiettivo, decidere a cosa serva davvero tutto questo e per chi, e restare quelli che rispondono delle conseguenze. È questa la regia che ci resta in mano, e non riguarda l’eseguire meglio, ma il volere meglio.
Provo allora a mettere in fila ciò che mi resta, e mi accorgo che non sono scoperte tecniche ma nove modi di guardare lo stesso cammino, dal marciapiede di San Francisco fino alle aule di Stanford: nove annotazioni che non riguardano ciò che l’intelligenza artificiale sa fare, ma ciò che noi scegliamo di restare mentre tutto, intorno, cambia.
1. Il cambiamento che conta non fa rumore
Quando una tecnologia smette di stupire ed entra nel paesaggio, è allora che ha vinto.
La prima cosa che mi ha colpito si vede solo se ci si torna a distanza di un anno: le automobili a guida autonoma che attraversano San Francisco sono diventate dieci volte più numerose. Sono le Waymo, la flotta dell’azienda di Google, che soltanto a San Francisco conta ormai intorno al migliaio di vetture e che in tutti gli Stati Uniti ha superato il mezzo milione di corse a settimana, e presto si affiancheranno i robotaxi di Tesla, l’azienda di Elon Musk, già in servizio ad Austin, a Dallas e a Houston e attesi in molte altre città entro la fine dell’anno.
Quello che colpisce non è la tecnologia in sé, ma il fatto che non ne parli più nessuno, perché l’auto senza conducente ha smesso di essere un’attrazione da fantascienza ed è diventata un mezzo che si prende, una commodity nel paesaggio quotidiano, non più un effetto Marte buono per il titolo di un giornale. È esattamente così che funziona la trasformazione che conta, non arriva con il clamore ma diventando ordinaria, e quando alzo gli occhi me ne accorgo anche dalle insegne, perché al posto dei marchi di consumo trovo cartelli che parlano di infrastruttura per agenti e di studi legali nativi-AI, messaggi che a una prima occhiata non dicono nulla e che, una volta metabolizzati, raccontano dove sta andando il mondo.
Lo stesso scarto tra racconto e realtà l’ho ritrovato nella città stessa. San Francisco l’avevamo imparata a immaginare come una città perduta, segnata da un degrado umano e sociale profondo, fatto di tende sui marciapiedi, di droga consumata alla luce del sole, di interi isolati da cui il turista veniva invitato a tenersi alla larga e in cui sembrava che nessuno volesse più vivere. E invece la trovo pulitissima alle cinque del mattino, con le idropulitrici che lavano marciapiedi e postazioni pubbliche, e scopro che circa un anno fa è cambiata l’amministrazione: il nuovo sindaco è Daniel Lurie, erede della famiglia Levi Strauss, quella dei jeans Levi’s, un uomo senza alcun passato politico che ha vinto le elezioni del novembre 2024 e ha deciso, semplicemente, di rimettere ordine. A volte basta davvero la volontà. Ma quando le cose migliorano smettono di fare notizia, così il racconto resta fermo all’istantanea peggiore mentre la realtà è già altrove, e questa è la prima cosa che ho davvero imparato, qualcosa che non riguarda la tecnologia ma lo sguardo: vedere ciò che accade davvero, e non ciò che continuiamo a raccontarci.
2. L’onda che l’Europa non sta ancora vedendo
Le mansioni si riscrivono, i modelli di business si ribaltano, il ruolo umano resta.
Quelle insegne non sono un dettaglio estetico, sono il termometro di un mercato che si sta riconfigurando sotto i nostri occhi, perché le società di informatica stanno smettendo di vendere integrazione di sistemi o licenze software per diventare creatrici di agenti, e basta leggere i report delle grandi società di consulenza per scoprire scritto nero su bianco ciò che lì vedo semplicemente camminando per strada. Quando poi su un cartellone leggo che esiste il primo studio legale nativo-AI capisco che una professione regolamentata e antichissima sta per incontrare un impatto che in Europa, e in Italia ancora di più, in pochi stanno percependo, e il pensiero corre subito ai commercialisti, agli avvocati, a tutte le professioni che credono di avere ancora molto tempo davanti.
Ed è qui che la mia tesi si carica di significato, perché l’avvocato non sparisce e il professionista non viene cancellato, semplicemente cambia ciò che fa nelle sue giornate e cambia il modo in cui il suo studio genera valore, mentre resta umano e diventa anzi più decisivo il ruolo di chi tiene la regia, di chi definisce l’obiettivo e si assume la responsabilità del senso. La differenza non è tra chi usa l’AI e chi no, ma tra chi continua a chiedersi a cosa serva e per chi, e chi invece si limita a delegare senza più sapere cosa, di quel lavoro, lo rendeva insostituibile.
3. Per educare all’intelligenza artificiale non si parte dalla tecnologia
Nella culla dell’AI, la risposta su come crescere le nuove generazioni è la meno tecnologica possibile.
La tappa che mi resta più impressa è anche la più inattesa, perché è avvenuta dentro una scuola e non dentro un laboratorio. Ho visitato a San Francisco La Scuola di Valentina Imbeni , ingegnere emiliana arrivata vent’anni fa per fare ricerca a Berkeley e poi capace di costruire l’unica realtà al mondo che unisce l’approccio educativo di Reggio Emilia, il Baccalaureato Internazionale e l’immersione nella lingua italiana, e parlando con lei ho capito qualcosa che riguarda quasi tutto il mio modo di vedere le cose: come fare scuola e istruire le nuove generazioni davanti all’arrivo dell’intelligenza artificiale senza partire dalla tecnologia.
Il paradosso è bellissimo e merita di essere guardato in faccia, perché proprio nel luogo che costruisce l’intelligenza artificiale più avanzata del pianeta sono famiglie di ingegneri e di fondatori a scegliere per i propri figli una pedagogia nata in Emilia, fondata sull’ascolto, sulla relazione, sulla creatività del bambino come soggetto e non come contenitore da riempire, una pedagogia che insegna prima di tutto a porsi domande. È esattamente ciò che una macchina non sa fare ed esattamente ciò che serve per dare una direzione a una macchina, e non l’ho letto in un report ma l’ho compreso stando seduto a parlare con Valentina e con chi quella scuola la fa vivere ogni giorno.
Perché ciò che mi resterà più a lungo non sono i principi del metodo, è la conversazione che ho avuto seduto accanto a Valentina. Mentre raccontava la sua scuola, le sue parole, i suoi occhi, il suo entusiasmo erano quelli di chi è appena arrivato e non di chi quella scuola la guida ormai da vent’anni, la stessa curiosità intatta e la stessa fame di possibilità che l’avevano portata fin lì lasciando la ricerca a Berkeley. È raro vedere qualcuno custodire per due decenni la freschezza dell’inizio, e in quella freschezza ho letto la vera ragione per cui un metodo educativo italiano è diventato un punto di riferimento nel cuore della Silicon Valley. Che poi questo metodo, dopo aver attraversato l’oceano, torni a casa con l’apertura di una sede a Milano nel settembre del 2026 mi sembra il segnale più luminoso dell’intero viaggio: l’umanesimo italiano che entra nella Valle e da lì rientra, portando con sé un modo di crescere le persone.
4. Il processo perfetto e il talento dell’imprevisto
Dove tutto deve funzionare, basta una variabile per fermare la macchina.
Nella terra delle performance, dove ogni cosa è progettata per funzionare alla perfezione, mi è capitato un episodio piccolo e rivelatore, perché avevamo una prenotazione per ventidue persone e ci siamo presentati in ventiquattro, con due ospiti di rilievo in più, e all’accoglienza l’organizzazione è andata in difficoltà davanti a uno scarto minimo rispetto al previsto. È la fragilità di un mondo costruito su un processo unico e lineare, magnifico finché tutto fila secondo lo schema e in affanno appena compare la variabile, ed è una fragilità che ho imparato a leggere come il rovescio di una grande virtù organizzativa.
Perché poi, visitando le grandi piattaforme, ho scoperto che al loro interno convivono due mondi, il mercato americano e quello che chiamano ROW cioè Rest Of The World, il resto del mondo, e che a guidare quel secondo mondo, fatto di mercati diversissimi e di vincoli continui, ci sono spesso italiani, persone che sanno muoversi nella complessità e, come dico io, sanno unire i puntini. In un’epoca che automatizza i processi lineari, il valore umano si sposta proprio lì, sulla capacità di governare l’eccezione e l’imprevisto, e questa è una competenza profondamente nostra, che troppo spesso scambiamo per un difetto invece di riconoscerla come una forma rara di intelligenza pratica.
5. La fiducia, e le sue misure diverse
Concessa subito, ma misurata sempre.
C’è poi un tema che tocca la cultura prima ancora dell’economia, ed è il modo in cui si concede la fiducia, perché da noi la fiducia si guadagna lentamente, in mesi o in anni, e una volta ottenuta diventa quasi una rendita di posizione che nessuno torna più a verificare, mentre nella Silicon Valley la logica è capovolta, la fiducia viene anticipata con generosità sotto forma di investimenti e di incarichi, ma viene anche misurata di continuo, senza che questo sia vissuto come una mancanza di rispetto.
Sono due antropologie diverse della fiducia, e quella che ho osservato lì ha molto a che vedere con la velocità e con il merito reale, perché separa il credito iniziale dalla verifica costante dei risultati.
È una distinzione che riguarda anche il nostro rapporto con le macchine, dal momento che proprio mentre deleghiamo all’intelligenza artificiale decisioni sempre più diffuse abbiamo bisogno di imparare a fare la stessa cosa, concedere fiducia allo strumento ma continuare a definire gli obiettivi, a controllare i criteri, a poter mettere in discussione l’esito quando le scelte si diluiscono in mille micro-azioni automatiche.
6. La ricerca che ha una missione, e la conversazione come infrastruttura
Prima dei capitali, c’è la qualità del dialogo tra le menti.
L’ultima tappa è stata Stanford, e camminando per il suo campus si capisce che non si tratta di un’università con un cancello ma del primo anello di una catena che trasforma sistematicamente la ricerca in prototipo, il prototipo in impresa e l’impresa in qualcosa che cambia la vita di milioni di persone, un tessuto connettivo tra sapere e mondo che spiega perché questo ecosistema continui a generare aziende globali mentre altri, fortissimi sulla ricerca pura, faticano a chiudere il cerchio.
E In uno dei laboratori più importanti dell’università ho incontrato Matteo Cargnello, ricercatore triestino formatosi in Italia e oggi alla guida di un gruppo che lavora sulla cattura della CO₂, sull’idrogeno pulito, sul riciclo chimico delle plastiche e su un cemento senza emissioni, attraverso una startup nata proprio lì, in un settore che da solo pesa per circa l’otto per cento delle emissioni globali.
Quello che mi ha colpito non è solo il curriculum, già straordinario per qualsiasi lettura, ma il fatto che il suo gruppo non faccia ricerca per la ricerca, perché la metrica non è la pubblicazione ma l’impatto reale sul mondo, e il passaggio dal laboratorio all’impresa non è una distrazione ma parte del lavoro. E prima ancora dei capitali, prima dei finanziamenti e delle valutazioni miliardarie, c’è una cosa che si respira tra quei portici, ed è la qualità della conversazione tra le menti, quel parlarsi davvero tra studenti e professori che viene coltivato come fosse un’infrastruttura strategica, perché è lì, in quel dialogo lento, che le rivoluzioni imparano a camminare prima ancora di avere un nome.
7. Il talento c’è, e un’Italia che non si racconta
Non se ne sono andati contro l’Italia, sono partiti verso la possibilità.
Su Cargnello sarebbe facile costruire la solita lamentela sulla fuga dei cervelli, e invece preferisco spostare lo sguardo, perché parlando con tanti italiani che hanno avuto successo lì ho colto una cosa che cambia la prospettiva: non rimpiangono l’Italia, e non perché ce l’abbiano con il loro Paese, ma perché sono mossi dalla stessa curiosità che li ha spinti a partire, e tornare significherebbe per loro rinunciare alla possibilità di continuare a sperimentare.
Il problema italiano, allora, non è la mancanza di talento, che produciamo in abbondanza e ai massimi livelli, ma la capacità di offrire un terreno dove quella curiosità possa fiorire senza dover prendere un biglietto di sola andata.
E c’è un punto cieco che mi ha colpito ancora di più, perché un’Italia capace e operativa nella Valle esiste già: ho incontrato INNOVIT, l’hub italiano dell’innovazione e della cultura voluto dal Ministero degli Affari Esteri e coordinato dal Consolato Generale d’Italia a San Francisco, mille metri quadri nel cuore della città che fanno da ponte tra l’Italia e la Silicon Valley, un luogo che accompagna le nostre startup, i nostri ricercatori e le nostre imprese nel confronto con quell’ecosistema, tra spazi di lavoro, eventi e relazioni con investitori e università.
Ho parlato con il suo direttore, Alberto Acito, e con il Console Generale Sergio Strozzi eppure di questa presenza, in Italia, si parla pochissimo e mettendo in fila Cargnello, la scuola di Valentina Imbeni e un presidio come INNOVIT mi accorgo che il vero limite non è solo trattenere o esportare talento, ma anche vedere, raccontare e mettere a sistema ciò che di nostro già funziona lontano da casa, e la domanda che mi resta a fuoco è una sola: cosa serve perché il prossimo, a Trieste come a Milano o a Bari, possa fiorire dove è nato?
8. Il prompt non è l’intelligenza artificiale
Chi la costruisce non ti parla di prompt, ti parla del problema da risolvere.
Da quasi tre anni faccio formazione e intervengo a eventi sull’intelligenza artificiale, e la domanda che ricevo è quasi sempre la stessa: qual è il prompt migliore, quale il modello migliore, quale il bot più adatto alla richiesta più evoluta, magari per fare un’analisi di bilancio, uno a pagamento e gli altri gratuiti, oppure un corso che insegni ad automatizzare le fatture.
Sono domande legittime, e le capisco, perché la maggior parte delle persone è arrivata all’AI da autodidatta, tra qualche corso online, qualche post letto distrattamente e il consiglio del collega più smanettone; eppure, restando fermi alla ricerca del prompt perfetto, si rimane in superficie e si cresce pochissimo.
Me ne accorgo soprattutto quando mi confronto con chi l’intelligenza artificiale la costruisce davvero, perché se chiedi loro qual è il prompt giusto ti guardano quasi spiazzati: per loro il prompt non è l’intelligenza artificiale, è soltanto un modo di parlarle, e ognuno ha il suo modo di parlare e di scrivere, ciò che conta non è la formula magica ma il contesto, il problema che si vuole risolvere; il prompt è la grammatica, non è il libro.
E qui si apre un parallelismo che vale la pena osservare senza allarmismi, perché è la logica stessa di questi strumenti più che un disegno nascosto.
I social, attraverso le chat e i commenti, ci hanno chiesto in modo indiretto le nostre passioni, le nostre abitudini, i nostri divertimenti, perfino la nostra famiglia, e da quelle informazioni hanno costruito un business enorme;
l’intelligenza artificiale generativa, attraverso i prompt, ci chiede qualcosa di ancora più prezioso, e cioè le nostre esigenze, i nostri problemi, il nostro lavoro, mentre noi scriviamo prompt per ottenere risposte più in fretta e per sentirci competenti, e va benissimo, ma sull’altro lato quello stesso flusso di richieste diventa la mappa più precisa mai disegnata di ciò che desideriamo e di dove facciamo fatica.
Nel frattempo la frontiera vera si è già spostata, dal prompt più brillante agli agenti che lavorano dentro un contesto e un obiettivo ben definiti, e allora la domanda non è più quale prompt sia il più astuto, ma se continueremo a scambiare la grammatica per il libro e forse è arrivato il momento di smettere di chiederci quale prompt, e ricominciare a chiederci quale problema, in quale contesto, per ottenere che cosa: che poi è l’unica domanda capace di riportarci al posto di comando.
9. Cosa scegliamo di non cambiare
Il vero antidoto alla corsa non è un’altra tecnologia.
Se c’è un filo che tiene insieme queste annotazioni, è che quasi tutto ciò che credevo di sapere prima di partire si è rivelato una fotografia vecchia: la città degradata che non lo è più, l’auto senza conducente che non stupisce nessuno, i cervelli in fuga che non rimpiangono nulla, l’Italia assente che invece è già lì.
Ogni tappa ha smentito una narrazione che davo per acquisita, e mi ha lasciato un sospetto scomodo: quante delle storie che ripetiamo le abbiamo davvero verificate, e quante continuiamo a credere soltanto perché credere è più comodo che andare a guardare?
Ed è qui che si chiude il cerchio con l’intelligenza artificiale, perché per la prima volta abbiamo tra le mani uno strumento straordinario per interrogare le narrazioni, controllare i fatti e smontare i luoghi comuni, e invece rischiamo di usarlo per il contrario, per delegare anche il pensiero e adagiarci nella comodità di credere di sapere.
La vera scelta, allora, non riguarda la velocità con cui adotteremo queste tecnologie, ma ciò che decidiamo di non delegare mai: la curiosità di verificare, la responsabilità di scegliere, la cura delle persone, il coraggio di scommettere sui più giovani.
Torno da questo viaggio con una convinzione semplice, che l’intelligenza artificiale può aiutarci a vedere meglio il mondo ma non può decidere al posto nostro cosa, di noi, valga la pena custodire, e che la domanda non è se cambierà le nostre vite, perché lo sta già facendo in silenzio sotto i nostri occhi, ma se sapremo ancora distinguere ciò che vale la pena sapere da ciò che è soltanto comodo credere.
Innovare il digitale, custodire l’umano.





