Quello che Platone aveva già intuito sull’AI

Il rischio dell’aiuto quando smette di aiutare e comincia a sostituire

Immaginiamo due bambini che stanno imparando a leggere.

  • Al primo, ogni volta che incontra una parola difficile, qualcuno la legge al suo posto, fluida e perfetta, e lui ascolta e annuisce.
  • Al secondo, ogni volta che incontra una parola difficile, qualcuno gli mostra come scomporla, come riconoscere le sillabe, come ascoltare il suono delle lettere che si rincorrono fino a comporre un significato.

Dopo qualche mese sembrano entrambi capaci di affrontare un libro, e i risultati immediati danno persino un vantaggio al primo, perché la sua lettura è più scorrevole e meno faticosa, ma se togliamo l’aiuto, se mettiamo i due bambini soli davanti a una pagina nuova, qualcosa di radicalmente diverso accade: il primo si fermerà alle prime parole sconosciute, perché aspetta sempre qualcuno che gliele dica; il secondo, invece, continuerà a leggere da solo, perché ha imparato come si fa, e quel come si fa ora gli appartiene per sempre.

Questa scena, che intuitivamente riconosciamo come una verità banale dell’insegnare e dell’imparare, sta diventando in questi mesi il nodo centrale di una trasformazione che non riguarda soltanto la scuola: riguarda chiunque oggi si trovi a usare un’intelligenza artificiale generativa per produrre qualcosa che fino a ieri faceva da solo.

In fondo segue una legge che il corpo conosceva molto prima della mente. Un muscolo che non lavora si addormenta. Una mano che non scrive perde la propria calligrafia. Un sentiero che nessuno percorre, di stagione in stagione, si chiude, coperta dai sterpargli. La memoria di chi non si è mai perso non riconosce più la direzione, e c’è una generazione intera che ha smesso di sapere dove va perché il navigatore lo dice al posto suo. Tutto ciò che vive solo se viene esercitato muore se viene fatto esercitare a qualcun altro, e quello che vale per il corpo vale per il pensiero, oggi più che mai, in un’epoca in cui per la prima volta possiamo affidare anche il pensiero a una macchina che lo svolge al posto nostro, e questa legge antica torna a chiederci dove finisce l’aiuto e dove comincia la sostituzione.

Non è la prima volta che l’umanità si pone la domanda, più di duemila anni fa, Platone metteva in scena nel dialogo con Fedro un dialogo in cui Socrate raccontava di un dio sapiente — Theuth, l’inventore della scrittura — che presentò la propria invenzione al re d’Egitto, Thamus. Il re disse a Theuth, ” questa non produrrà sapienza ma soltanto la sua apparenza, perché chi affida la memoria a segni fissi smette di custodirla dentro di sé.”

Quel monito ci sembra oggi pittoresco, perché abbiamo imparato che la scrittura non ha cancellato la memoria ma l’ha trasformata. Eppure quella domanda, lì alla nascita di una tecnologia che svolgeva al posto nostro qualcosa che facevamo a fatica, era una domanda giusta. Non era se la scrittura fosse buona o cattiva, ma cosa sarebbe successo della parte umana che lei rendeva di colpo facile, ed è esattamente la stessa domanda che dovremmo porci oggi.

Ciò che togliamo a noi stessi quando crediamo di guadagnare tempo

Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a guardare ciò che essa aggiunge — la velocità, la quantità, la possibilità di fare cose che non sapevamo fare — e ci dimentichiamo di guardare ciò che essa sottrae nel momento in cui la usiamo male. Eppure è proprio la sottrazione, non l’addizione, a misurare quanto stiamo restando noi stessi. La fatica che ci risparmia è la stessa fatica che ci avrebbe insegnato. Il tempo che ci regala è lo stesso tempo durante il quale, lentamente, avremmo capito.

Non tutto ciò che affidiamo a una macchina è una perdita.

C’è una delega che libera: quella in cui chiediamo allo strumento di farci da ponte fra ciò che già sappiamo e ciò che, da soli, non saremmo riusciti a portare fuori. Se ho idee chiare ma non il tempo per intrecciarle, se conosco l’argomento ma non la voce per dirlo, se so dove andare a cercare e come tenere insieme i pezzi ma non come dargli forma, la macchina mi accompagna a far leggere agli altri quello che era già mio. In quel caso non perdo, anzi: divento più curioso, più informato, più disponibile a condividere, la parte di me da cui è nata quell’idea non si è atrofizzata, ha solo trovato finalmente come uscire.

C’è poi un’altra delega, ed è diversa: quando chiedo a uno strumento di pensare un problema al posto mio, di prendere una decisione che avrebbe richiesto il mio giudizio, di costruire un’opinione su qualcosa che non avevo ancora capito, gli sto affidando, insieme al risultato, anche l’allenamento mentale che mi avrebbe reso capace di pensarne, domani, uno più difficile. La macchina, in cambio, mi restituisce un risultato pronto. Quel risultato però è suo, non mio, e quando il problema sarà nuovo, o quando la macchina non ci sarà, la differenza si farà sentire. La domanda non è quindi se usare l’intelligenza artificiale, ma quale parte di noi le stiamo chiedendo di portare fuori, e quale parte le stiamo chiedendo di sostituire.

Insegnare significa farsi sostituire, ma non così

C’è una verità antica del mestiere di insegnante che dice che insegnare è farsi sostituire. Si insegna affinché chi impara non abbia più bisogno di chi gli ha insegnato, e in questo gesto di restituzione c’è la nobiltà di una professione che lavora per la propria stessa irrilevanza futura. Ma la sostituzione di cui parla questa verità è di un certo tipo: è la sostituzione di un maestro con un allievo che ha imparato a fare da solo, non la sostituzione di un essere pensante con uno strumento che pensa al suo posto.

È un’idea che la radice stessa della parola conferma.

Educare viene da una forma latina che significava non mettere dentro, ma tirare fuori — è ciò che i grammatici antichi avevano scritto sulla forma del verbo, ed è ciò che ogni vero maestro sa per esperienza prima ancora che per etimologia. Educare è accompagnare l’altro a portare alla luce qualcosa che già era in lui, ma che non avrebbe mai trovato senza qualcuno che lo invitasse a cercarlo. Il maestro non riempie: ma dis-vela. E ciò che dis-vela, quando l’allievo lo riconosce, non se ne va più, quella è la sostituzione generativa di cui parliamo: il maestro diventa sostituibile perché ha lasciato qualcosa che ora vive da solo nell’altro.

La differenza fra le due sostituzioni è sottile ma decisiva, nella prima, qualcosa si trasmette e fiorisce in una nuova autonomia, nella seconda, qualcosa si trasferisce e si atrofizza in una nuova dipendenza. La prima è generativa, la seconda è degenerativa, e nessun manuale di istruzioni potrà mai dirci da quale parte stiamo finendo se non ci fermiamo, ogni tanto, a guardarci.

Riconoscere la differenza fra le due non è un esercizio teorico, ci attraversa ogni volta che apriamo un’intelligenza artificiale generativa per scrivere qualcosa che ci era stato chiesto di pensare, ogni volta che la chiamiamo in soccorso davanti a un’incertezza che avrebbe meritato qualche minuto di silenzio, ogni volta che, soprattutto, insegniamo qualcosa a qualcuno servendoci di lei come intermediaria. In quel gesto, che sembra neutro, è già nascosta una scelta: stiamo accompagnando chi abbiamo davanti verso un’autonomia in più, o stiamo abituandolo a un’autonomia in meno?

Lo spazio vuoto in cui accade la comprensione

C’è un luogo, dentro l’insegnare e dentro l’imparare, di cui non si parla quasi mai perché non lo si può mostrare: è lo spazio vuoto fra la domanda e la risposta. È quel respiro lungo, qualche volta lunghissimo, in cui chi sta apprendendo non sa ancora, e però è sul punto di sapere. È la pausa che ogni buon maestro lascia cadere fra il momento in cui pone la questione e il momento in cui qualcuno, in classe, comincia a rispondere. In quel vuoto non c’è niente di visibile, eppure è lì che il pensiero accade. Toglierlo non significa risparmiare tempo: significa eliminare il luogo stesso in cui si pensa.

L’intelligenza artificiale generativa non ha questo vuoto, lei risponde subito, a tutto quello che le chiediamo, lei lo restituisce in pochi secondi, e la velocità che ci offre è la sua promessa principale. Ma se cominciamo a usarla per insegnare, o anche solo per accompagnare chi sta imparando, il rischio che corriamo è di insegnare a chi abbiamo davanti che il vuoto fra la domanda e la risposta è un difetto da eliminare, e non — come invece è — il luogo essenziale del comprendere. Un’aula in cui le domande hanno risposte istantanee non è un’aula più efficiente: è un’aula in cui nessuno sta più pensando.

Lo stesso vale per noi adulti. Quando davanti a un problema apriamo immediatamente un chatbot, non lo stiamo soltanto risolvendo: stiamo decidendo di non abitare il momento in cui non sapevamo. E quel momento, per chi lo sa frequentare, non era un disagio da superare: era l’inizio del pensiero.

Cosa rimane, quando l’AI viene spenta

La domanda più utile per chiunque oggi insegni qualcosa a qualcuno — e ognuno di noi insegna qualcosa, anche solo ai propri figli, ai propri colleghi, ai propri studenti, ai propri lettori — non è se usare l’intelligenza artificiale o no, perché la risposta a questa domanda è ormai inevitabile e in larga parte già data dai fatti. La domanda più utile è un’altra, e suona così: cosa rimane, in chi ho davanti, quando l’AI viene spenta?

Se rimane comprensione, capacità di giudicare, disponibilità a sbagliare per imparare, allora ciò che ho insegnato è qualcosa che la macchina ha potuto accompagnare ma non sostituire.

Se non rimane nulla, se la pagina torna muta nel momento in cui lo strumento non c’è, allora ciò che ho insegnato non era insegnamento: era performance, e la performance senza apprendimento è una delle invenzioni più sofisticate e silenziose dei nostri anni.

Ciò che custodiamo, in noi e in chi ci ascolta, non si misura in quante cose sappiamo fare con uno strumento, si misura in quante cose continuiamo a saper fare quando lo strumento non c’è.

È in quella distanza, fra ciò che facciamo a macchina accesa e ciò che resta nostro a macchina spenta, che si decide se l’intelligenza artificiale ci renderà più liberi o soltanto più rapidi. Non ci chiede di resistere: ci chiede, semmai, di non confondere mai più la fatica che ci insegna con la fatica che ci risparmia, e di restare disponibili — noi, prima di chiunque altro — a quei vuoti silenziosi in cui il pensiero, ancora oggi, accade.

Articoli in evidenza