La minaccia più grande per gli studi non ha il volto di un algoritmo

Il problema non è l’AI

Non sarà l’intelligenza artificiale a mettere in crisi gli studi professionali. Sarà la mancanza di persone.

Si parla molto di intelligenza artificiale come minaccia per la professione. Si discute di algoritmi che sostituiranno i commercialisti, di chatbot che compileranno bilanci, di automazione che renderà obsolete competenze costruite in decenni di pratica. Ma mentre ci concentriamo su questa minaccia percepita, una crisi ben più concreta e imminente sta erodendo le fondamenta stesse degli studi professionali: la mancanza di persone.

Non è un’ipotesi. Non è una proiezione a lungo termine. È una realtà che i titolari di studio vivono ogni giorno: praticanti che non si trovano, collaboratori che se ne vanno, giovani talenti che scelgono altre strade. La vera minaccia esistenziale per la professione non ha il volto di un algoritmo: ha il volto di sedie vuote, di scrivanie che restano senza qualcuno che le occupi, di conoscenze che non vengono trasmesse perché manca chi debba riceverle.

I numeri di una crisi silenziosa

Partiamo dall’Italia, dalla nostra professione. Il Rapporto 2025 della Fondazione Nazionale dei Commercialisti fotografa una situazione che dovrebbe togliere il sonno a chiunque guidi uno studio. Per la prima volta dal 2007, l’anno di creazione dell’Albo unificato, gli iscritti sono diminuiti: meno 472 unità, un calo dello 0,4%. Potrebbe sembrare poco, ma è il segnale di un’inversione di tendenza che non si era mai verificata in quasi vent’anni.

In 18 anni, i tirocinanti che arrivano all’Esame di Stato sono diminuiti del 63,5%

Ma il dato più allarmante riguarda i praticanti, le iscrizioni al registro del tirocinio hanno subito un calo del 5,7% rispetto al 2023 e del 20% rispetto al 2018, e il vero dramma emerge quando si guarda al percorso completo: in diciotto anni, i tirocinanti che arrivano effettivamente a sostenere l’Esame di Stato sono diminuiti del 63,5%. Due su tre rinunciano prima di completare il percorso.

E qui emerge un paradosso che merita riflessione: mentre i laureati in discipline economiche negli ultimi dieci anni sono aumentati del 32%, gli abilitati alla professione di commercialista sono diminuiti del 42,3%. I giovani si laureano, ma non scelgono gli studi, preferiscono altre strade, altri settori, altre professioni.

Non è un fenomeno italiano, negli Stati Uniti il 75% dei CPA è in età pensionabile mentre solo l’1,4% degli studenti sceglie accounting. Nel Regno Unito gli Accounting Technicians sono tra le dieci professioni più in carenza. È una crisi strutturale della professione a livello globale. Ma capire perché succede è più utile che contare i danni.

Perché non ci scelgono

La domanda centrale è una sola: perché i giovani non scelgono più la professione? E la risposta è scomoda, perché ci obbliga a guardare lo specchio invece che puntare il dito.

Il World Economic Forum, nel suo Future of Jobs Report 2025, evidenzia che in Italia il 44% delle organizzazioni segnala problemi nell’attrarre talenti, contro una media globale del 37%. Sette punti percentuali che ci collocano tra i paesi più in difficoltà. E le iscrizioni ai corsi di ingegneria gestionale e automazione, nello stesso periodo, sono cresciute del 40%. I giovani più brillanti stanno scegliendo con i fatti, orientandosi verso percorsi che percepiscono come più vicini al futuro.

Le ricerche internazionali sono concordi nel fotografare cosa cercano le nuove generazioni: opportunità di crescita rapida e visibile, uso quotidiano della tecnologia come leva e non come zavorra, equilibrio tra vita professionale e personale, senso e significato nel proprio lavoro. Il sondaggio di Gallup rivela che il 59% dei millennial considera “estremamente importante” la possibilità di imparare e crescere quando valuta un’opportunità di lavoro, contro il 41% dei baby boomer.

“I giovani che entrano nel mercato del lavoro oggi non accetteranno di entrare in uno studio dove l’AI è vista con sospetto o ignorata del tutto. Cercheranno un ambiente che parli il loro linguaggio“.

Il paradosso del contratto psicologico

Per decenni, il patto non scritto tra studio e praticante era chiaro: tu dedichi anni a compiti ripetitivi e poco gratificanti, in cambio ricevi formazione, esperienza, un percorso che ti porterà gradualmente verso responsabilità maggiori. Era un accordo che funzionava perché entrambe le parti ne vedevano il vantaggio nel lungo periodo.

Questo contratto si è rotto. E l’intelligenza artificiale ne accelera la rottura, anche se non ne è la causa unica. Un praticante che passa mesi a fare data entry manuale sa che sta imparando qualcosa che tra poco non servirà più. Perché dovrebbe investire anni della propria vita a padroneggiare competenze che l’AI renderà obsolete prima ancora che diventi senior?

Non è pigrizia. È razionalità. Ed è la stessa razionalità che vediamo nei numeri: i report internazionali mostrano che il 60% dei professionisti contabili britannici prevede di cambiare lavoro nel 2025. Il 36% dei commercialisti sotto i 44 anni dichiara di cercare un migliore equilibrio vita-lavoro. La professione che non ripensa il proprio modello organizzativo rischia di attrarre solo chi non ha alternative migliori.

La mia riflessione

Questa situazione la vivo ogni settimana. Mi arrivano telefonate, messaggi WhatsApp, sempre la stessa domanda in forme diverse: “Fausto, conosci qualcuno che cerca lavoro? Qualcuno bravo”.

Qualcuno bravo. E quando rispondo che quelli bravi se li tengono stretti, dall’altra parte c’è silenzio.

Poi osservo un fenomeno che mi preoccupa: vedo sempre le stesse persone girare più studi nell’arco di pochi anni. Ogni passaggio alza la RAL, ma il valore sistemico si perde. Nessuna crescita reale, nessun radicamento, nessuna costruzione. Solo un mercato che gira a vuoto.

E c’è un’altra dinamica che noto con sempre maggiore frequenza: i collaboratori vicini alla pensione che lasciano lo studio per andare a lavorare nelle aziende clienti, strano ma vero. Meno stress, orari più umani, niente scadenze che ti inseguono. Li capisco, ma quando se ne vanno, portano via un’expertise che non hanno trasmesso a nessuno, perché non c’era nessuno a cui trasmetterla, nessun programma di mentoring, nessun passaggio di testimone, solo il tempo per finire le scadenze. Solo una sedia che si svuota.

E quando il titolare si accorge che sta perdendo quella persona, parte il rilancio sullo stipendio. Ma a quel punto è troppo tardi, non è una questione di soldi, è che avrebbe dovuto pensarci cinque anni prima.

Tutto questo non ha niente a che fare con la tecnologia

C’è una domanda che ogni titolare di studio dovrebbe farsi, con brutale onestà: se avessi una somma ingente da investire, anche a fondo perduto, consiglieresti a tuo figlio di entrare in questa professione?

Un cliente mi ha raccontato una storia che non riesco a togliermi dalla testa. Suo figlio è venuto a lavorare in studio per tre o quattro anni, poi ha mollato. Non perché non gli piacesse. Ma perché gli ha detto:

“Papà, non voglio far fare ai miei figli la mia fine. Ti vedevano sempre alla sera tardi, e a volte il sabato e la domenica non avevi tempo per noi”.

Ecco. Questa è la crisi silenziosa di cui nessuno parla. Non è l’intelligenza artificiale. È un modello che non attrae più, che non trattiene più, che non si rigenera più, e dopo quasi quarant’anni in questa professione, ho imparato una cosa: le trasformazioni tecnologiche vanno e vengono, ma sono le persone che determinano il successo o il fallimento di uno studio.

Ma questa volta la sfida è diversa. Non si tratta di adottare una nuova tecnologia. Si tratta di avere qualcuno a cui trasmettere il sapere accumulato, si tratta di avere mani che possano guidare quelle tecnologie, menti che possano interpretare quei dati, presenze che possano mantenere quella prossimità con il cliente che è il nostro vantaggio competitivo insostituibile.

L’AI può analizzare miliardi di dati, ma non sa che il figlio del tuo cliente ha appena rilevato l’azienda di famiglia.

Ecco perché quando sento parlare dell’intelligenza artificiale come minaccia esistenziale per la professione, sorrido amaro. La minaccia esistenziale è ben più prosaica: è la mancanza di benzina nel motore, di elettricità nell’impianto, di aria nei polmoni, è la mancanza delle persone che dovranno portare avanti quello che abbiamo costruito.

L’AI come attrattore, non come minaccia

E qui sta il paradosso che trasforma la sfida in opportunità. L’intelligenza artificiale, che molti percepiscono come la causa dei problemi, può essere parte della soluzione. I giovani che entrano nel mercato del lavoro oggi sono cresciuti con la tecnologia. Per loro, uno studio che usa attivamente l’intelligenza artificiale non è uno studio che minaccia il loro futuro: è uno studio che parla il loro linguaggio.

Lo studio che integra l’AI nei propri processi può offrire ai giovani collaboratori qualcosa che gli studi tradizionali non possono: la possibilità di concentrarsi sulle attività a maggior valore aggiunto fin dall’inizio della carriera. Invece di passare anni a svolgere compiti ripetitivi, il giovane professionista può dedicarsi subito all’analisi, alla relazione con il cliente, alla risoluzione di problemi complessi.

Microsoft riporta che il 93% dei millennial considera l’accesso a nuove tecnologie importante nella scelta del datore di lavoro. Thomson Reuters stima che l’AI possa far risparmiare fino a 12 ore settimanali automatizzando compiti di routine. Ore che possono essere dedicate alla formazione, alla crescita, al lavoro che ha senso.

“La scelta tecnologica è, in questo senso, anche una scelta di posizionamento nel mercato dei talenti”.

Governare, non subire

La ricerca CNDCEC sui giovani commercialisti rivela che per il 67% dei professionisti intervistati, la sostenibilità rappresenta una specializzazione in forte espansione, seguita dalla consulenza strategica (61%) e direzionale (53%). Al contrario, il 51% prevede una contrazione dei servizi contabili e fiscali tradizionali.

I giovani vedono il futuro della professione, sanno dove sta andando, e stanno scegliendo se essere parte di quel futuro o cercarlo altrove. La domanda per chi oggi guida gli studi professionali, è se saremo capaci di offrire loro un progetto che valga la pena abbracciare.

Chi pensa di non avere clienti pronti per questa trasformazione sta già scrivendo la data di scadenza del proprio business. Ma la stessa cosa vale per chi pensa di non avere bisogno di nuove leve, di nuove competenze, di nuove energie. Senza le persone giuste, ogni strategia di innovazione resta sulla carta. Con le persone giuste, anche le sfide più complesse diventano opportunità concrete.


Il futuro non si subisce, si governa. Ma per governarlo servono persone e quelle persone dobbiamo meritarcele!

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